- 17 febbraio -

il gatto CON gli stivali?

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-17 febbraio-

IL GATTO

AVEVA gli stivali?

LA STORIA DI QUESTA FAVOLA E RICCA DI MISTERI E NON TUTTO QUELLO CHE SAPPIAMO è VERO

Quando pensiamo al gatto con gli stivali subito ci viene in mente la fiaba di Perrault. Una bella fiaba che racconta di un gatto fatato con tanto di stivali e bisaccia che riesce a fare la fortuna del suo padrone trasformandolo, da figlio disgraziato di un mugnaio, nel ricco marchese di Carabà. 

In questa fiaba, come in tutte le storie fantastiche, c’è anche un orco e una principessa che, alla fine, il marchese sposerà.

Questa fiaba venne pubblicata  da Perrault  nel 1683 nel libro Racconti e storie del passato con una morale ma è molto più conosciuta con il suo sottotitolo: I racconti di Mamma Oca. In verità queste fiabe, come quelle dei fratelli Grimm non erano proprio tutte originali. Anzi. Nella maggior parte dei casi si trattava di trascrizioni aggiornate e rivisitate di storie più antiche. Il gatto con gli stivali, per esempio, ha una storia che inzia almeno 100 anni prima. Questa fiaba, infatti, non è tutta farina del sacco di Perrault ma venne “inventata” se così possiamo dire da uno scrittore “italiano”: Giovanni Francesco Straparola.

Straparola, un cognome che racchiude il destino di chi lo porta, nasce  a Caravaggio, il paese del bergamasco dal quale prese il suo soprannome il famoso pittore, nel 1480. Poeta, romanziere e novelliere di lui si hanno poche notizie biografiche: che per un certo periodo visse a Venezia e che, forse, morì nel 1557 o poco dopo. 

Tra le sue opere due sono quelle più note: una raccolta di poesie d’amore, Opera nova de Zoan Francesco Straparola, ispirate ai lavori del Petrarca, e una raccolta di favole e indovinelli, Le piacevoli notti, ispirata al Decamerone del Boccaccio. 

Questa raccolta di 25 novelle ebbe un tale successo che l’autore fu costretto a realizzarne un seguito. Oggi la versione definitivacomprende 75, tra novelle e fiabe, e  75 enigmi.

Le piacevoli notti, come già detto, è ispirata al Decamerone in quanto si tratta di una raccolta di novelle raccontate, per 13 notti consecutive, da tredici donne rinchiuse, a Murano, nel palazzo del vescovo di Lodi in occasione dei festeggiamenti per il carnevale di Venezia del 1536.

I racconti sono molto diversi tra loro ma la particolarità di quest’opera sta nel fatto che, forse per la prima volta, un autore fa riferimento al folklore e si ispira apertamete ai racconti popolari. Proprio come accade nel caso della sua versione de Il gatto con gli stivali. 

Secondo alcuni critici la fiaba narrata da Straparola, che racconta di una gatta senza stivali ma con un bisaccia sempre a tracolla che rende ricco e nobile il suo padrone, sarebbe una rielaborazione di uno dei tanti racconti di animali fatati e miracolosi diffusi nell’Europa dell’est. 

La storia della gatta che fece ricco il suo padrone venne ripresa da Giambattista Basile (1575-1632) nel suo Pentamerone ovvero Lu cunto de li cunti. Anche questa è un’opera di ispirazione boccaccesca ma a differenza del Decamerone le giornate di “segregazione” sono 5 anziche 10 e le novelle sono 50 anziche 100. Un’altra differenza fondamentale sta nel fatto i racconti sono scritti in dialetto napoletano e le novelle sono raccontate da dieci vecchiette ognuna caratterizzata da una particolare caratteristica fisica: una è zoppa, una è sciancata, una è gobba e via discorrendo. L’altra caratteristica del Pentamerone, «il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe popolari” come lo definì Benedetto Croce, è che non si limita a una riscrittura di narrazioni folkloristiche ma le rimaneggia aggiungendo interpretazione e commenti moralistici. A titolo di esempio basta citare il finale de La storia de la gatta che fece ricco Cagliuso. Al contrario di quanto accade nella versione di Straparola, in quella di Basile, dopo un periodo di felice convivenza, il giovane arricchito diventa insofferente della gatta e si dimostra ingrato dimenticando quanto aveva fatto per lui. E così Basile chiude il suo narrare con queste parole: dio te guarda de ricco ‘mpoveruto E de pezzente quanno è resagliuto. 

Tanto la versione di Straparola che di Basile vennero tradotte in francese e tedesco e sicuramente vennero lette da Perrault che riprese questa fiaba ma la trasformò aggiungendo la presenza dell’orco  e, soprattutto, precisi riferimenti alla società, alla moda e ai luoghi della Francia del Seicento. La notorietà di questa fiaba è dovuta da una parte alle splendide illustrazioni che l’incisore francese Gustave Doré (1832 -1883) dedicò alla versione di Perrault ma, soprattutto in Italia, alla traduzione che ne fece Carlo Lorenzini ovvero Carlo Collodi. Anche lui come Basile e Perrault non evitò di attribuire al racconto una morale e, infatti, concluse così la sua versione: Godersi in pace una ricca eredità, passata di padre in figlio, è sempre una bella cosa: ma per i giovani, l’industria, l’abilità e la svegliatezza d’ingegno valgono più d’ogni altra fortuna ereditata. 

Da questo lato, la storia del gatto del signor marchese di Carabà è molto istruttiva, segnatamente per i gatti e per i marchesi di Carabà.

Il fascino di questa fiaba ha fatto sì che non si contino le trasposzioni nel balletto, nella musica o nei cartoni animati. Così come non si contano, ricordate il film Shrek?, le rielaborazione del gatto. La versione di Straparola, la prima versione delle avventure del “gatto con gli stivali” era da anni sparita dalle libreria, l’ultima pubblicazione de Le Piacevoli notti, risale agli anni ‘20 del secolo scorso. Ormai quasi cento anni fa.

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